mercoledì 21 settembre 2016

Ophelinha e i suoi libri dei ricordi

È appena arrivata, sorridente, scarmigliata, con uno sacco pieno di libri in spalla. L'ho riconosciuta subito, già da lontano rassomigliava all'eroina di un romanzo. È Manuela, anche detta Ophelinha, l'anima irrequieta e romantica che sta dietro il blog Impressions chosen from another time – blog per il quale nutro un amore smisurato, che parla di letteratura e poesia e nel quale ho trovato anche un paio di simpatiche ricette di cocktail ispirate ai libri.
Del resto, ditemi come avrei potuto non accogliere a braccia aperte tra queste nuvole una persona che si definisce donchisciottesca.

Vi lascio ai suoi libri dei ricordi e alla bellezza delle sue parole.






Non riesco precisamente a risalire alla linea di demarcazione tra la mia me pre e post-lettrice: mia madre mi ha insegnato a leggere presto, probabilmente anche perché chiedevo in continuazione storie, e non ho mai smesso. 
Questo è forse il ricordo che associo di più alla mia iniziazione alla lettura: l'inebriante indipendenza associata alla possibilità di non dover dipendere da qualcun altro per farmi leggere una delle mie storie, l'irresistibile libertà di poter sgraffignare anche i libri degli adulti e leggere a letto fino a tardi con la torcia a batterie, nascosta sotto le lenzuola. 
Ero una sorta di mini lettrice junkie: accumulavo di tutto – libri di poesie, cataloghi del Reader's Digest, antologie del liceo – e nascondevo il mio bottino tra bambole e pupazzi, cercando di iniziare a capire cosa mi piacesse e cosa no, cercando un modo di evadere dal noioso paesino di provincia dove vivevo. 

Il primo libro che ho letto è stato Il mago di Oz: mi ha fatto paura, e, come tutte le paure infantili, mi trasmette ancora adesso un sottile, irrazionale, irrefrenabile senso di inquietudine. Banalmente, i libri che ho amato di più sono quelli di Louisa May Alcott: Piccole donne e Piccole donne crescono in primis, ma anche Una ragazza fuori moda. Avevo una vecchissima edizione di Piccole donne, in cui i nomi delle protagoniste erano tradotti in italiano: Margherita, Giuseppina, Bettina e Amina detta Amì. È un dettaglio che riesce ancora a farmi sorridere, e che ha instillato in me il caparbio desiderio di essere capace, un giorno, di leggere il testo originale. Piccole donne rimane uno dei pochi libri di cui riesca a citare ampi passaggi a memoria, a cui sono associati i mie ricordi di lettrice più belli. 
Se ho amato Jo, il suo amore per i libri e il suo spirito anticonformista, ho sempre avuto un debole per Meg: il mio cuoricino romantico faceva il tifo per lei e John, e quel guanto perso e gelosamente conservato mi è sembrato per anni la cosa più vicina all'amore. Sono cresciuta con le quattro sorelle, la fedele domestica Hannah, l'esuberante Laurie, il generoso Mr Laurence, la tenera ma ferma signora March. Ho festeggiato il fidanzamento di Meg e John, i primi racconti pubblicati da Jo, ho pianto lacrime amare durante la malattia della dolce Beth e mi sono arrabbiata con Amy – la sorella March che mi piaceva di meno – per aver bruciato il manoscritto di Jo. 
È uno di quei libri che continuano a farmi bene al cuore, e che mi piace rileggere, separando quel buonismo che con la maturità diventa fastidioso dalle vicende delle quattro sorelle, tra le piccole, grandi sfide per crescere e diventare donne. 

Un altro libro che ho letto e riletto è La piccola principessa di Frances H. Burnett, la storia della piccola Sara Crewe, rimasta orfana e maltrattata dalla perfida Miss Minchin, la direttrice di quello stesso "collegio signorile per signorine" che l'aveva accolta a braccia aperte quando il ricco padre era ancora in vita. Nonostante le privazioni e le angherie subite, Sara non si perde d'animo e persiste nella sua missione di diventare una vera principessa, non nei vestiti, ma nei modi e nell'animo. La gentilezza di Sara e la sua capacità di modificare la realtà che la circonda grazie alle storie le regalano quel lieto fine che gli adulti possono considerare scontato e banale, ma che ha sempre strappato un sorriso di gioia e soddisfazione alla me bambina. 

Ho letto e riletto anche Pollyanna, di cui guardavo anche il cartone animato, ma il suo gioco della felicità mi ha sempre lasciato un po' perplessa, e non sono mai riuscita a provare per lei la stessa simpatia che provavo per Sara Crewe, le sorelle March o Polly, il topo di campagna protagonista di Una ragazza fuori moda. Ho preferito invece Pollyanna cresce, con la protagonista in preda ai primi, timidi rossori e batticuori (le mie tendenze bovaristiche si sono manifestate molto precocemente). 

Ho odiato appassionatamente il libro Cuore, l'Incompreso di Florence Montgomery e tutti quei libri per bambini così impegnati a fare la morale che si dimenticavano di raccontare una buona storia. 
Questo è il trait d'union principale tra la me lettrice bambina e la me lettrice (quasi) adulta: entrambe cerchiamo una buona storia, capace di tenerci incollate alle pagine per ore, farci dimenticare la realtà circostante e farci smarrire tra infinite possibilità di quei sentieri che si biforcano di borgesiana memoria.

giovedì 15 settembre 2016

La poetica del bristol



Quando devi preparare un semplice cartellone per uno spettacolo, ma hai un videomaker che gira per casa, il risultato è che sembra tu stia creando un'incredibile opera d'arte. 
Non sarò certo io a levare dai vostri occhi stupiti il sottile velo dell'illusione.

Un nuovo video serissimo per momenti di giubilo, tutto per voi!



Foto/Video/Musica: René Mt2
nella parte della disegnatrice dall'espressione perplessa: me medesima


E comunque non provavo l'ebbrezza di comprare del cartoncino bristol dalle elementari. E nemmeno ne avevo più pronunciato il nome, arrivando così a convincermi che si trattasse di un sogno, una leggenda lontana nei secoli, una chimera.


venerdì 9 settembre 2016

La veste



Stamattina, al suono della sveglia, ho aperto gli occhi e lei era già lì. 
Mi ha guardata col suo sorriso distante. “Ti aspetto di là” mi ha detto, senza quasi muovere le labbra. 
Mi sono alzata. Mi ha osservata mentre scrivevo le mie pagine di diario mattutine, mi ha aspettata mentre mi preparavo un tè e mi vestivo, in silenzio. 
Aveva addosso la calma dell'inevitabile. 
Poi ha fatto come al solito: si è accucciata bella comoda nel suo spazio prediletto, dietro lo sterno, in modo da pesare in egual misura sul cuore e sui polmoni, e si è avviata con me verso la porta. L'ansia sa come essere se stessa, a differenza di me. 

Però sono uscita di casa e l'autunno era nell'aria ed era un velo. Gli alberi, il laghetto, le stradine, il parco intero indossavano tutti un manto morbido e rosato – il sole stesso aveva cambiato veste. 
Perché non avrei dovuto cambiarla anch'io?

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